12 luglio 2018


 

Tre musicisti, due attori ed una storia d’amore da raccontare sono gli unici elementi di Sharp Thorn in Between, un progetto della Kadro pa Company realizzato grazie al supporto della The Commedia School di Copenhagen. Il palcoscenico, completamente spoglio, fa da scenario alla nostra immaginazione: bastano gli arpeggi di un violino, le corde pizzicate di una chitarra e i gesti mimati dai due attori per ritrovarci catapultati indietro nel tempo e nello spazio. La storia che Simge Gunsan e Can Girgin si apprestano a raccontarci, infatti, parte dalla corte del Sultano dell’Anatolia e, attraverso i secoli, giunge a Venezia sul palco di Campazzo San Sebastiano. In un regno dominato da prosperità, ricchezza e felicità gli unici ad essere infelici sono il Sultano e il suo consigliere, poiché non riescono ad avere un figlio. Non trovando una cura alla loro infelcità, fanno ricorso alla magia e stringono un patto segreto: la bambina e il bambino che nasceranno dovranno, una volta cresciuti, innamorarsi, sposarsi e restare insieme per la vita, altrimenti moriranno.

 

I due bambini, Tahir e Zuhre, crescono come fratello e sorella, ma grazie all’intervento della tata scoprono che di fatto non lo sono, quindi possono vivere il loro amore. Non sarebbe una storia d’amore, però, se non ci fosse un ostacolo a rovinare tutto: la mamma di Zuhre vorrebbe il meglio per la figlia e di certo non si accontenta del figlio di un sottoposto del marito. Ricorrendo anche lei alla magia, sottopone al Sultano una pozione che gli fa perdere la memoria e odiare Tahir, il quale viene allontanato dal regno e rinchiuso in una remota prigione. Passano i giorni e i due amati soffrono sempre più la loro lontananza.

 

Tahir riesce miracolosamente ad evadere dalla prigione e, attraversando l’oceano, scalando le montagne, dopo mille peripezie, riesce a tornare dalla sua amata. Scoperto dalle guardie del Sultano, viene giustiziato per non aver obbedito ai suoi ordini. La povera Zuhre, piangendo sulla tomba del suo amato, muore dal dolore. Da allora si dice che i due amati siano stati trasformati in due rose, ma condannati a vivere distanti: ogni volta che cercano di ricongiungersi, una spina tagliente che spunta tra le due rose li allontana. La storia che ci viene raccontata si chiude quindi con un tragico epilogo, ma la canzone che Simge e Can cantano accompagnati dai tre musicisti – Jokubas Ragauskas, Salvatore Rizza e Zoe Von Bechvelski – ci dice che non dev’esserci vergogna a morire per amore e che essere come Tahir e Zuhre significa avere un cuore. I due protagonisti di questa storia hanno preferito morire piuttosto che vivere infelici e lontani, tanto forte era il sentimento che li stringeva. In un’epoca in cui l’amore è un sentimento liquido e i legami affettivi sono sempre più fragili, la storia d’amore e di morte di Tahir e Zuhre non può e non deve lasciarci indifferenti.

 
Giacomo Moceri