Secondo Aristotele l’uomo è un animale razionale: condivide con il resto degli animali, con le scimmie soprattutto, una serie di caratteristiche fisiche, ma si differenzia da questi, che hanno un’anima esclusivamente vegetativa e sensoriale. L’uomo, oltre a queste, è dotato di un’anima razionale. È il raziocinio, la capacità intellettiva, ad elevare l’uomo al di sopra degli altri animali. Cosa succede, però, quando il raziocinio viene offuscato dall’istinto? Succede che l’uomo perde quel tratto distintivo che è la razionalità e viene declassato a semplice animale.

 

Scimmie

Scimmie di quella guerra detta di Troia è uno spettacolo che parte da questo assunto. Attraverso il racconto della guerra di Troia vengono indagati gli aspetti che portano l’uomo a perdere l’uso del raziocinio e a comportarsi facendo affidamento esclusivamente a quegli istinti che ci verrebbe spontaneo definire animaleschi. Tutti i principali personaggi dell’Iliade vengono analizzati psicologicamente. Il testo è sì una riscrittura del Mito di Troia, ma viene privilegiata l’introspezione psichica per cercare di comprendere cosa ha portato gli eroi omerici a ridursi come bestie in una guerra lunga, faticosa e apparentemente senza fine. Agamennone, il re dei re, brama il potere più di ogni altra cosa. Da anni sogna di muovere guerra a Troia e il desiderio di vendicare l’onore tradito del fratello Menelao non è che un pretesto per esaudire il desiderio di prendere Troia e caricare le sue navi con i tesori della città. Menelao, a differenza dell’originale omerico, dove costituisce un ottimo esempio di kalokagathia, essendo bello d’aspetto e valoroso in battaglia, appare qui poco vigoroso e affatto virile, finendo per perdere la moglie Elena. Achille, personaggio iroso, è troppo orgoglioso. La Grecia potrebbe pure perdere la guerra, ma nessun Mirmidone scenderà in battaglia se prima Agamennone non gli restituirà ciò che gli spetta di diritto: la schiava Briseide. È anche iperprotettivo nei confronti di Patroclo, impedendogli di scendere sul campo e ordinandogli di restare all’interno dell’accampamento. Questi soffre immensamente questa condizione: è arrivato fino a Troia per combattere, ma Achille glielo impedisce. Si sente inadeguato, inferiore, vive all’ombra del Pelìde. Vorrebbe combattere, è salito sulla nave dei Mirmidoni per questo: anche lui vuole guadagnarsi il suo posto nella storia. Ecco che allora risulta cruciale l’intervento di Odisseo. L’eroe astuto, colui che fin da bambino ha agito con inganno, è stanco della guerra, vuole viaggiare, conoscere il mondo, scoprire il perché delle cose. È grazie ad una sua trovata che gli Achei riescono ad entrare a Troia, a bruciarla e depredarla. Troia cade grazie all’inganno del Cavallo. Gli uomini, ridotti ad animali, si affidano ad un altro animale per uccidere, distruggere, razziare, in una sola parole per appagare il desiderio di potere.

 
 

Giacomo Moceri