10 luglio 2018


 

Scampato il violento temporale, ormai consuetudine per questa sesta edizione del Venice Open Stage, il pubblico eroico accorso in Campazzo San Sebastiano prende posto in teatro, pronto ad assistere al terzo ed ultimo spettacolo della sezione OFF. In scena vanno i giovani attori della compagnia L’uomo di fumo.

 

Il palcoscenico si presenta completamente nudo. Non c’è nessun elemento scenografico ad indicarci il contesto in cui ci troviamo, ma basta una sedia a rotelle a suggerirci che siamo all’interno di un ospedale, dove un misterioso paziente è stato ricoverato d’urgenza. Urlando, in preda ad un delirio, dichiara di essere il principe Amleto, di essere profondamente innamorato di Ofelia e rivendica il proprio trono sul regno di Danimarca. A prendersi cura, si fa per dire, del paziente troviamo due portantini alquanto insofferenti nei confronti del turno di notte, che tutto vorrebbero, tranne che lavorare. Grazie, però, all’ortodossa e ferma attenzione del primario del reparto di neurologia abbiamo la possibilità di scoprire qualcosa in più sul conto del malcapitato paziente. È Amleto, un adolescente troppo giovane per diventare re, troppo grande, però, per piangersi addosso, con un padre da vendicare e un regno da riconquistare. Amleto è forse il più celebre dei personaggi shakespeariani, il più rappresentato in quattro secoli di storia. All’interno del testo convivono cattolicesimo e protestantesimo, tematiche politiche, riferimenti psicologici, tutti elementi che sono stati caricati di significati ogni volta diversi e sempre più complessi. È la tragedia più tradotta, celebre e rappresentata, tra quelle scritte da Shakespeare, e il suo protagonista, il povero Amleto, ne ha vissute di tutti i colori sulla propria pelle, vittima di regie sperimentali e di messinscene talvolta ardite, al punto da entrare in crisi, perdere la bussola e il senso dell’orientamento, fino a sprofondare nella depressione.

 

Partendo da questo pretesto, Reparto Amleto, scritto e diretto da Lorenzo Collalti, portato in scena da Luca Carbone, Flavio Francucci, Cosimo Frascella e Lorenzo Parrotto, cerca di svuotare di ogni significato il personaggio di Amleto per restituirlo al pubblico nella sua essenza umana: un adolescente in crisi che, persi i riferimenti, ha bisogno di aiuto per ritrovare sé stesso. Lo stile di scrittura alterna i versi originali ad un linguaggio quotidiano, colloquiale e dialettale; l’intera rappresentazione appare leggera, umoristica, divertente, anche se non mancano certo riflessioni filosofiche e introspezioni psicologiche. La strafottente visione del lavoro da parte dei due portantini – che ad altro non pensano se non a trovare un momento per prendere un caffè – fa da contraltare alla rigorosa e ortodossa vocazione del medico, ligio ed obbediente ad ogni prassi e consuetudine. In mezzo a queste due spinte contrapposte troviamo tutti i dubbi, le ansie, le preoccupazioni dell’uomo contemporaneo, impersonati da Amleto. Così, uno spettacolo apparentemente semplice e divertente, riesce a smuovere riflessioni, come la natura stessa di Amleto richiede, risultando originale, ben congeniato e riuscito, grazie soprattutto alla sinergia che lega tra loro i quattro giovani attori.

 
Giacomo Moceri