5 luglio 2017

 

La rassegna Off del Venice Open Stage si apre con Projet Georges, regia di Benjamin Porée, scritto e interpretato da Edith Proust della compagnia. La musicienne du silence.

Il primo personaggio di questa avventura è un albero, calmo, che attende con noi l’entrata della sua amica clown.

I due sono in viaggio, quel tipo di traversate che eccitano ma che stancano molto.

Il clown si prende cura del suo amico, lo porta in giro, lui vorrebbe mettere le radici, ma il tragitto è veramente lungo, quasi come una vita, e come nella vita c’è bisogno di fare delle pause.

Lei si siede sotto di lui, Joseph, e nell’ombra che lui proietta a terra si rilassa e si fa proteggere.

Il problema di questo viaggio esilarante è che durante tutte le pause, il tempo, personaggio silenzioso, crea il terreno fertile per la libertà di pensiero di Edith,che come lei, attraversa tutto il mondo e tutte le galassie e le profondità.

 

Lei apre un libro, la prima pagina è blu e lei viene completamente sopraffatta dal blu, il blu dei pensieri, la seconda è bianca, e lei viene completamente svuotata dal bianco del vuoto, la terza è nera, e lei viene completamente travolta dal buco nero, il nero dell’angoscia e della malinconia, il nero del dubbio e dell’assenza di un perché…ma che adrenalina, bello il vuoto, tremendo il godimento dello strazio, che malata euforia non sapere a cosa si sta anelando. Le piace, le piace, le piace, le piace e piace.

Alti e bassi, alberi e uomini, calma e irrequietezza, sono tutti i nomi di Edith e Joseph, sono tutti gli umori di un clown che mescola il riso al pianto e arriva su Marte, e da lassù, da lontano, dove nessuno si conosce può liberare ogni istinto, anche la cattiveria, la voglia di sopraffare, di far ridere il suo pubblico con decisione, ma se fa una pausa, è di nuovo la paura a prendere il sopravvento, ritorna nella navicella, da lì guarda l’umanità, che piccoli granelli di sabbia questi umani, si percepisce una disperazione che reagisce con una risata, con uno sguardo libidinoso al pubblico, con della cioccolata, che sfocia in malinconia, diventando diabolica.

 

Edith passa tutti gli stati d’animo della terra, il suo viaggio è come quello dello spettro/albero Joseph, in mezzo all’umanità che ti isola, il viaggio del clown e già compiuto, lo si legge nell’espressioni facciali della protagonista, nell’occhio che sclera, nel tic che fa ballare, nell’urlo e nello sfogo infantile coinvolgente ed esagerato.

 

Joseph appare un albero, non più calmo, ma forse stupito da dove la sua amica può arrivare. La sua forza e difesa stanno nel focalizzare i dettagli, nel rendere le cose piccole piccole dei giganti, degli amici, e quelle grandi diventano dei giochi, la responsabilità è un seme annaffiato in una tasca, il tempo è un libro dove puoi prendere la teleferica e far crescere dei cappelli, il nonsense diventa l’unica risposta sana a quella pagina bianca che pietrifica.

 

“C’è bisogno di molta poca realtà”. C’è bisogno di amore, il clown conosce il suo potere, riesce a plasmare le espressioni del pubblico, mescola ogni ingrediente della disperazione e del vittimismo e della simpatia e fa quello che vuole, si emoziona, ride a crepapelle, fa pausa e alla fine viene inondata, forse dal blu, forse dal nero, forse dal bianco, la stessa onda che prima ha usato col suo pubblico per farlo oscillare tra gli estremi sentimenti, la prende e la porta via, ma tutti quanti ora, fanno una pausa, viaggiano in tutto il mondo, e la cercheranno di nuovo.

 

opinioni di un clown, Heinrich Böll.

“tutti sanno che un clown dev’essere malinconico per essere un buon clown, ma che per lui la malinconia sia una faccenda seria da morire, fin lì non arrivano”

 

La musicista del silenzio è una moltitudine di giochi dentro alla risata isterica del caos, è accompagnata da una chitarra distorta, sono i pensieri contraddittori di tutti, i viaggi mai effettuati e quanto facciano ridere, e come facciano gridare e in che navicella si trovino, è in Projet George che si intravede una risposta commovente.