Le ragazze del laboratorio di regia e drammaturgia dello Iuav di Venezia, si cimentano nella scrittura di quattro testi in cui il filo rosso è il contrasto costante.

 

Irene Bedin, Serena Treppiedi, Eleonora da Frè e Maria Vitoria Benedetti scrivono di scontri.
 

Cristina Cattellani, Paola De Crescenzo, Luca Nucera e Massimiliano Sbarsi, attori del Teatro Due di Parma li raccontano.

 

Diverse letture nel Campo Drio el Teatro con il pubblico seduto a terra, le pagine di un quotidiano vengono usate da qualcuno per sedersi e vivere per un attimo il mondo dei personaggi, le pagine di un quotidiano nascondono anche il copione del primo personaggio che vediamo in scena, legge e aspetta, aspetta il suo contrario con calma, che arriva, nervoso e scalpitante. Insieme leggono i propri punti di vista, contrari, opposti a loro stessi, opposti a “tutti gli altri” inafferrabili punti di vista che sfumano in una debole coscienza collettiva. Un’attesa per firmare qualcosa che firmano “tutti”, in una sorta di purgatorio che ricorda il primo dei tre atti unici di Ethan Coen in “Quasi una serata”.

 

Dopo di loro, spunti di fantascienza ci portano in un’arca, un dialogo tra un robot e un essere umano, dove la macchina fredda e precisa, ha messo in atto ciò che l’umanità ha messo in atto da tempo, una distruzione della specie e dei suoi valori, lo straniamento di fronte a quello che l’uomo a creato, permette alla creazione stessa di sopraffare il creatore. Successivamente entriamo in una casa dove due coinquiline si scontrano continuamente, l’autonomia e l’illusione di essere libera dell’una si scontra con la pacatezza e la condizione di mantenuta dell’altra, portando le figure allo sfinimento nervoso e alla violenza, raccontano di un famelico senso di controllo che sfugge al sè per prendere il sopravvento sull’altro. Il tutto finisce uno scontro generazionale, tra giovinezza e vecchiaia, una madre e un figlio, i punti di vista dei due sono comprensibili, sempre, ma l’individuo soffre e a fatica, scende nel mondo del compromesso e di nuovo, in quello dell’assurdo.

 

Nell’undicesimo componimento del primo libro delle “Odi”, Orazio parla di “Carpe Diem”, dai più tradotto con quel famoso “cogli il giorno”, dimenticando che davanti ad ogni scelta, si nasconde una rinuncia, per ogni mela colta, altre mille sono state lasciate sul melo.

 

Libertà individuale come rinuncia a qualcosa, o a qualcuno, o a sè. Libertà che non sa esprimere se stessa se non attraverso un dramma, attuato da un’antietesi che può spingere alla solitudine. Gli estremi non si toccano mai, sono destinati ad auto contraddirsi e il linguaggio non sembra essere sufficiente per comunicare; l’uomo arriva ad essere solo, ma questo non implica che sia libero. Dove “tutti” sanno di avere ragione, l’altro appare lontano, ma in assenza di esso il rischio è quello di arrivare ad una tabula rasa che, sola, ricorda la precisione e la freddezza della macchina, “tutti”, così disumanizzati, da scambiare questo distacco per libertà, così decisi a seguirla da averne dimenticato il significato.

 

1966, Ray Bradbury
 

“se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i 2 aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno”

 

Quattro dialoghi a due dove scopriamo che spetta all’individuo, all’uno, la scelta finale, la conclusione perfetta, due punti di vista che dopo essersi corteggiati si dividono e prendono strade separate, spesso assurde; questo accade nel mondo della fantascienza, dentro i muri di un appartamento, nel limbo dell’attesa, pare non ci sia scampo, insieme però, possiamo goderci lo spettacolo.