• Il Teatro della Mia Morte, vos17
15 luglio 2017

Il laboratorio intensivo di messa in scena dell’università IUAV di Venezia, mette alla prova gli studenti che frequentano il corso portandoli dentro, nudi, alla tragedia di Medea.

 

Medea si narra fosse la nipote della maga Circe e come lei era dotata di poteri magici, grazie ai quali fu d’aiuto a Giasone per la conquista del vello d’oro.

 

D’oro sono anche decorati gli attori di questa messa in scena, da rosso sangue invece ricoperti, ognuno di loro accompagna uno e un solo spettatore verso la Fine, bisbigliandoci qualcosa all’orecchio, qualcosa che si percepisce essere personale, sporco, maniacale ed improvviso.

 

Libere associazioni e flussi di coscienza che rendono chi ascolta attento e pronto, ma confuso, nello stesso tempo, uno stato di allerta che viene rotto completamente dalla prima immagine: una donna si guarda e parla allo specchio. E’ coperta d’oro e sangue, ha ucciso il figlio, non sa perché, non sa se è accaduto davvero.

 

Una televisione manda in onda una serie di casi di infanticidio accaduti in Italia, articoli di giornale tappezzano i muri e la ragazza imperterrita continua a guardarsi allo specchio, ripetendo le frasi di Veronica Panarello e Annamaria Franzoni.

 

Si affronta il tema dell’infanticidio, si racconta di Medea, ma non solo, si affronta il buio, la depressione, il disturbo comportamentale, lo schizzo, si racconta della deformazione di contenuto dei mass media, del chiacchiericcio, dell’opinione comune.

 

Lo si fa in una vasca, ricoperta di linoleum rosso, decorato d’oro, al buio, lo si batte con la grancassa di una batteria che sovrasta, lo si grida con i testi di Heiner Muller, “Materiale per Medea”, e di materiali è fatta la scena; gommapiuma, foglie d’oro, cerone bianco, terra e catene. Le catene a cui s’appende Giasone, qui interpretato da una donna, fanno rumore di ferro su ferro, lei, sporca e brutale, cattiva e manipolatrice, con forza schernisce Medea, in catene anche lei, interpretata da un ragazzo, il quale si mostra fragile, si sottomette al volere di Gasone, innamorata.

Gli argonauti intorno sono pelle da calpestare, i figli, merce di scambio per una vendetta che non vede ragioni. Si è buttati dentro la follia, non c’è niente di razionale.

 

Si grida sui pisciatoi, si eiaculano parole nella merda, si strozzano gli americani, si canta l’amore di una violenza spinta, ci si tuffa nella mente di assassini ciechi, si esce dall’utero di puttane ingorde e si manipolano i pensieri buoni.

 

Un proiettore mostra l’acqua limpida della Colchide, frasi ricorrenti fanno pensare che qualcuno si stia guardando ancora allo specchio, non ci si riconosce, davanti a quello.

 

Quando il tradimento di Giasone è chiaro e palese, si spezzano i vetri di tutti gli specchi, ricominciano a battere le grancasse, gli argonauti si agitano, Medea non è come quelli specchi, Medea non è fragile, Medea uccide; si apre una porta, si vede da distante un giardino, lì una catasta di rami secchi e i figli, e una lente, circolare, non la spada ma il carro del Sole, il raggio del sole, Medea avvicina l cerchio ai figli, il raggio colpisce, e nasce il fuoco che brucia i figli e brucia la sete di ogni vendetta.

 

L’acqua della Colchide è ora rossa.

 

Il mito di Giasone e Medea è anche storia di guerra, di colonizzazione, del colonizzatore ucciso dalla sua stessa nave, della fine folle, della sete di conquista, dell’amore che con la sua stessa forza si consuma in immenso dolore.

 

La chiamano sindrome di Medea in medicina, forse la realizzazione allucinatoria del possesso totale, definite retaliating mothers, queste donne vedono i figli come bene materiale a cui loro hanno dato vita ma a cui, nel loro “sentimento di onnipotenza” , possono dare anche la morte.

 

L’estrema violenza che porta con sé l’estremo Amore, lo sguardo crudo alle dinamiche umane che a volte vengono lasciate in disparte per “non pensare”, Euripide e Muller portano tutto questo davanti agli occhi e alle orecchie di tutti, e gli studenti di Csaba Antal sono costretti ad affrontarli, gridarli e metterli in scena e, in maniera estrema, volgare cruda e vera, affrontarsi, nudi.

 

Medea, Virginia Woolf

 

“dovetti […] protendere il piede da sotto la mia lunga camicia disciolta, con quel leggiadro movimento ben consapevole di quanto a Giasone piacciono i piedi femminili, ma nessuna aveva piedi belli come i miei, lo ripetè, […] ancora una volta gli abbandonai non solo il piede, ma ogni parte del corpo, al quale sa rispondere come nessun altro uomo. […]

 

Conosco il suo corpo, so stimolare il suo desiderio. […] Gli riuscì ciò che gli auguravo, mi cadde addosso con tutto il peso, affondò la faccia tra i miei seni e pianse, a lungo.”