I ragazzi dell’Accademia Teatro Dimitri portano in scena la voglia di fare teatro.

 

Verscio 1975. Dimitri, il “clown di Ascona” fonda la sua scuola di teatro, che a suo dire “non è una scuola per clown, bensì una scuola superiore di teatro di movimento.” Una magica fusione tra le diverse tradizioni dell’arte teatrale e circense.
“Adoro però questa natura selvaggia e le valli del Ticino. Mi piace anche la gente di qui, i montanari. Hanno tra l’altro un umorismo tutto loro. Sono persone di sani principi.” (Dimitri)

In questo spazio incontaminato si respira un’atmosfera calma. Ci troviamo in un luogo ameno, perfetto per la ricerca sul teatro contemporaneo, un teatro libero da ogni formalizzazione. Questo il contesto da cui provengono i ragazzi di “Insomnia”, spettacolo andato in scena sul palco di Venice Open Stage 2016.

 

Considerando che il teatro fisico trova radici nell’antica tradizione della Commedia dell’Arte, cosa ha significato per voi questo viaggio a Venezia, città tra le più importanti in cui si riconducono le origini di questo genere teatrale?

 

“Il nostro lavoro è piuttosto diverso dalla Commedia dell’Arte, nonostante il corpo sia comunque al centro della creazione. Per noi venire a Venezia e recitare in una Piazza all’aperto, proprio come la tradizione della Commedia dell’Arte voleva, è stato molto emozionante. Questo ci ha dato la possibilità di essere in qualche modo più vicini al pubblico. Recitare in uno spazio aperto e uscire quindi da un teatro buio (..),  è stata una bellissima avventura che ci ha messo di fronte a sfide tecniche e attoriali. Abbiamo affrontato queste sfide con entusiasmo, sfruttando quelle che da principio sembravano difficoltà, e trasformandole in vantaggi.”

 

Le possibilità si moltiplicano. Se in teatro ascoltiamo una registrazione audio qui, nel Campazzo San Sebastiano (location del palco VOS), sentiamo il grido vivo di un uomo in carne ed ossa; origine di stupore e preoccupazione per il pubblico. L’attore che urla sporgendosi alla finestra si cela dietro le vesti credibili di un veneziano infastidito.
Il teatro all’aperto non è più realistico bensì reale.
“Abbiamo sicuramente sentito una grande energia e partecipazione da parte del pubblico. Questa atmosfera(..) ci ha un po catapultato in un passato in cui il teatro era energia pulsante delle strade delle città`. Recitare a Venezia è stato un onore per noi. La città trasuda arte e allo stesso tempo innovazione.
Riusciamo a percepire le emozioni per personaggi. E’ un crescendo che dalla noia si trasforma in un sentimento di impazienza. Si concretizza il desiderio di trovare un lavoro che ricompensi gli sforzi, di compiere un salto che sia la svolta per quella situazione di stasi. La voglia di fare diventa un ritmo, un battito che accelera, sempre più frenetico, fino a scaturire la reazione più esplosiva. La creatività dell’artista si scatena . Il suo duende vive e così la sua immaginazione.

 

Nella rappresentazione realtà e surrealismo si fondono e confondono. Partendo da un immagine quotidiana, di semplici ragazzi, la scena si sviluppa lasciando spazio ad un mondo immaginario in cui forse si vivrebbe meglio: queste creature fantastiche rappresentano per voi delle utopie?

 

“Si, queste creature rimangono in un mondo utopico, ma per noi questo mondo è estremamente reale. Lo spettacolo parla di sette artisti in cerca di lavoro, che non riescono a vendere il loro ultimo spettacolo. Questa situazione di crisi li spinge ad avere incubi, allucinazioni e anche sogni. Questo mondo immaginario è fondamentale perché loro si rendano conto che ogni cosa ha un significato diverso a seconda di come si guarda, o ci si relaziona. (..)”

 

In “Insomnia” voi, in quanto attori e autori, siete in cerca di un’idea brillante: cosa cercate in uno spettacolo quando siete parte del pubblico?

 

“Anche se tutti noi abbiamo background e gusti molto diversi, (circo, danza, teatro, storytelling e clown) credo che in generale, ciò che cerchiamo è un viaggio che ci faccia emozionare, pensare, riflettere o ridere e che ci mostri un mondo come non l’avevamo mai visto, facendoci sentire parte di questo.”

 

Quali sono i maestri teatrali che potete considerare mentori fondamentali del vostro percorso?

 

“(..)  Nel Master alla scuola Dimitri abbiamo trovato un denominatore comune che ci permettesse di creare un nostro linguaggio. I nostri fari nel buio sono li stessi che si vedono o si sentono nello spettacolo: Peter Brook, Laban, Artaud, Grotowski, Pina Bausch ed altri grandi rivoluzionari del ‘900.”

 

Collocato in un piccolo frammento di mondo pacifico e staccato dalla città, l’universo teatrale creato da Dimitri riesce a mantenere un’ atmosfera di accoglienza familiare seppur in ambiente internazionale, caratterizzato dall’intensità nello scambio di esperienze e opinioni.

La componente interculturale crea un contesto frizzante di studio e lavoro e arricchimento culturale.

 

Come siete riusciti a creare questo spettacolo? La parola può essere considerata punto di partenza dello spettacolo (se si, in che lingua?), o tutto inizia più spontaneamente dal movimento, il linguaggio universale del corpo?

 

“All’inizio della creazione ognuno di noi ha portato delle proposte senza limiti linguistici. Inoltre abbiamo utilizzato canzoni e poesie delle nostre culture: italiana, burkinabè, colombiana, slovacca, russa e svizzera. Usando poi l’inglese come lingua comune abbiamo creato lo spettacolo, sfruttando le nostre diversità sia culturali che fisiche, venendoci incontro e influenzandoci a vicenda”.

 

(…) Giocando con musiche, movimenti e qualità, ritmo, voce e poesie abbiamo creato il nostro pezzo, sotto lo sguardo attento del nostro regista Pavel Stourac.

 

Quanto è importante per voi l’ironia?

 

“L’ironia ci permette di leggere tra le righe, di pensare senza appesantirci, di giocare con noi stessi e con ciò che ci circonda. L’ironia è il tacito, ma fondamentale presupposto per la conoscenza vera della vitaè il sale della vita!”
E’ in questo senso che Calvino intendeva la leggerezza, “che non è superficialità”. In questo senso il teatro contemporaneo si prende la responsabilità di una sfida sociale senza però diventare pesante”.

 

Il pubblico riflette ma deve uscire con il sorriso, ricordando quel “naso rosso” che lo ha fatto ridere, che a detta di Dimitri, è la chiave della differenza tra il vivere e sopravvivere.

 

Valeria Simonini

 

Foto di Ginevra Formentini