• Immota Manet al Vos 15.
L’autore di Immota Manet si racconta a Venice Open Stage.

 

Immagina un muro, saldo, piantato a terra, fermo.

Considera la forza del popolo abruzzese, un popolo segnato dalla ripercussione ciclica dei terremoti nella propria terra, quella tenacia che forgia il motto IMMOTA MANET: sicurezza e stabilità.

Si sprigiona un senso di smarrimento che ci fa mancare la terra sotto i piedi e riporta alla memoria collettiva immagini che contrastano con questa volto originario della città dell’Aquila.

La ricerca di Luigi Guerrieri si confronta con la voce del singolo cittadino quanto con la comunità e torna a scavare nei ricordi attorno al terremoto avvenuto nel 2009. Basta poco perchè il velo di Maya che copre le macerie e che aiuta gli abitanti ad andare avanti si dissolva riaprendo la ferita e mostrandoci il paese per quello che è.

 

Immota Manet al Vos 15.

Luigi Guerrieri in scena al Venice Open Stage ph. Clara Mammana.

 

 

Un tema coraggioso e più che mai attuale, un attore che ci parla in modo viscerale, toccando corde profonde e mai banali, in una riflessione che parla dell’uomo, della sua natura fragile e di Lui, il suo doppio, che resiste.

 

Cosa si prova a farsi carico di un messaggio così forte?

 

Un episodio o una frase che ti ha spronato particolarmente ed è stata la scintilla che ti ha fatto capire l’obbligo di farti carico di questa responsabilità?

 

Quello che ho cercato di indagare con questo lavoro è come l’uomo si relaziona con un avvenimento così potente come il terremoto, con qualcosa che non puoi fare a meno di subire. Noi animali umani siamo bravissimi ad adattarci, ma il come lo facciamo è interessante. C’è chi si adegua, chi accetta, chi s’incazza e chi resiste. Questo, naturalmente, può espandersi a qualsiasi altra catastrofe naturale ovunque nel mondo, ma ho scelto il terremoto dell’Aquila perché è dove sono nato e cresciuto. (..)

 

Mi trovavo a Roma per un provino e per caso andai ad una mostra collettiva di fotografia. Girando tra le varie stanze notai queste foto in bianco e nero che ritraevano un uomo barbuto col cappello. Guardando meglio vidi che dietro di lui c’erano muri crepati sui quali erano scritte delle poesie in una lingua che subito dopo mi accorsi essere il mio dialetto. Più che una scintilla è stato un fulmine a ciel sereno, un colpo al cuore. Capii che era quella la storia che volevo/dovevo raccontare, perché racchiudeva tutto. L’uomo barbuto col cappello è R., il personaggio principale dello spettacolo. Portare la sua testimonianza sul palco, avere la possibilità di far conoscere al mondo la sua storia, mi riempie e soprattutto rende giustizia a R.,alla sua vita, alla sua poesia e alla sua resistenza.

 

Un terremoto non lascia spazio a pensieri ponderati, non ci sono vie di mezzo, non lascia nulla come prima.  Un testo forte, nei contenuti ma anche nel suo arrangiamento.

 

Hai saputo dare dignità alle storie raccolte con grande carica emozionale: Cosa ti ha aiutato durante la stesura del testo a trovare il giusto equilibrio tra superficialità e dramma?

 

Il primo passo è stato quello di accettare la mia posizione rispetto a quello che era successo: io non ero lì quando il terremoto avvenne. Questo mi aiutò immediatamente a prendere la giusta distanza, la quale è fondamentale per evitare i patetismi, specialmente quando si parla di una tragedia che ci coinvolge anche personalmente. Direi che sia nel testo che nel movimento ci sia un continuo alternarsi tra ironia e dramma, due componenti che, oltre a rafforzarsi a vicenda nella loro compresenza, rendono la storia, il tema, il conflitto più forti e profondi.(..)”

 

Come hai raccolto e selezionato il materiale da portare in scena? Sopralluoghi, interviste..?

 

Di questa ricerca dal forte impatto emotivo cosa ti ha colpito maggiormente e cosa ti porti dietro?

 

Il tutto è iniziato in maniera estremamente spontanea, quando tornavo all’Aquila le persone mi invadevano con le loro storie, aneddoti, episodi. Il terremoto era l’argomento di ogni conversazione e l’evento che ha spaccato in due la città e la vita delle persone tra il prima e il dopo. Tutto questo mi toccava profondamente e l’idea di farne uno spettacolo arrivò molto più tardi. Quando decisi di fare uno spettacolo sul terremoto, a mia grande sorpresa, mi resi conto che avevo già raccolto quasi tutto il materiale di cui avevo bisogno. I sopralluoghi non li facevo, mi accadevano , qualche amico mi portava in giro per mostrarmi vari angoli della città distrutta. La maggior parte delle interviste è nata chiacchierando attorno a un caffè o una birra, oppure in un passaggio in macchina. (..) Il lavoro più grande è stato selezionare il materiale e successivamente intraprendere ricerche più approfondite e mirate. La decisione finale avveniva nello spazio prove, in un continuo scambio tra il tavolino e la scena dove testavo direttamente e fisicamente quello che sentivo potesse funzionare.

 

Il risultato è una narrazione che inevitabilmente si frammenta. Luigi cerca di tenere assieme ciò che vede, che prova e che ascolta. Sembrano calcinacci inerti, pietre singole e spaiate, ma provocano una forte tensione poetica che gli permette di ricostruire un solido muro, uno spettacolo emozionante e profondo.

 

scena da Immota Manet

ph. Manuela Porchia.

 

 

Hai sperimentato vari linguaggi teatrali: la danza, la musica, il movimento, il dialetto, il grammelot: Perchè hai ritenuto necessario una tale varietà di mezzi comunicativi?

 

Le definizioni, le classificazioni, le separazioni di categoria, nonostante siano in qualche modo necessarie, personalmente mi sono sempre state un po’ strette. Se qualcuno mi chiede cosa faccio io rispondo che faccio teatro, non sento il bisogno di specificare Physical Theatre (questa è la mia formazione, prima con la pedagogia Lecoq a Bruxelles e poi con il Master in Svizzera). Quello che mi interessa è la scena, la performance in sé. Se voglio trattare un determinato tema cerco di farlo utilizzando tutte le possibilità che ho a disposizione e questo mi è possibile solo grazie all’improvvisazione. Tutto il materiale raccolto per IMMOTA MANET ha preso forma grazie all’improvvisazione, grazie a questo momento di libertà e quasi anarchia espressiva dove il linguaggio della futura performance muove i suoi primi passi. Il centro di tutto era il tema che volevo trattare e sviscerandolo scoprivo che ogni sfaccettatura richiedeva qualcosa di diverso. Lasciando lo spazio al contenuto di muoversi e svilupparsi, è arrivato un punto in cui lo spettacolo stesso ha preso la una sua strada e io, umile esecutore, potevo solo seguirlo, assecondarlo, mettermi al suo servizio. (..)

 

Nel 2016 la critica lo premia con il primo premio ex equo Festival Inventaria nella sezione monologhi/performance: come è proseguito il tuo percorso dopo questi riconoscimenti e il successo di IMMOTA MANET.

 

IMMOTA MANET gira da poco più di due anni ed il fatto di aver creato una versione dello spettacolo anche in inglese mi ha permesso di presentarlo in festival e teatri non solo in Italia, ma anche in Svizzera, Lituania, Germania e Emirati Arabi Uniti. Attualmente una versione francese è in cantiere. Il riconoscimento del Festival Inventaria è stato non solo gratificante, ma anche una buona spinta per la promozione dello spettacolo. Devo, però, essere sincero e realista e quindi ammettere che non è assolutamente facile riuscire a trovare date e soprattutto in condizioni dignitose. Quello che mi rincuora è che, nonostante le difficoltà logistiche, economiche ecc. quando faccio lo spettacolo continuo a divertirmi moltissimo e il pubblico è sempre partecipe, entusiasta, toccato.

 

La cura con cui affronta una questione di tale delicatezza scegliendo il mezzo del teatro obbliga ad una digressione sulla importanza di questo nella vita quotidiana.

 

Che funzione sociale ha il teatro oggi? Su quali fronti senti di appartenere a questa lotta?

 

Il teatro è un atto sociale, rituale e politico in sé! È uno dei pochi posti dove oggigiorno è ancora possibile un incontro e una comunicazione tra esseri umani che è fisica, reale, senza filtri o schermi. La lotta sta nell’affermare la nostra natura e quindi diritto di esistere in quanto artisti e lavoratori. E questo è possibile solo aprendo le porte del teatro a tutti senza rinchiuderci in goffi elitarismi, vivere la scena come il posto per eccellenza dedicato alla comunicazione e allo scambio, non all’autorefenzialismo. (..) In ultimo, credo che spesso ci si prenda troppo sul serio, dimenticandosi dell’ironia e del fatto che, alla fine, il teatro è prima di tutto un gioco. Un gioco molto serio e anche pericoloso a volte, ma comunque un gioco.

 

Un gioco di squadra.

 

“(..) Il VOS è una realtà fresca, bella, giovane, coraggiosa. Avere la possibilità di lavorare con tante persone accomunate dalla passione per il teatro è un’occasione preziosa e soprattutto è prezioso poter contribuire alla realizzazione di un festival che, nonostante le difficoltà incontrate nel suo percorso, è riuscito ad affermarsi a livello internazionale. Il VOS, per me, non è solo un festival internazionale di teatro universitario, è principalmente un festival creato, realizzato e portato avanti da studenti ed ex studenti e questo lo rende speciale. È un momento di scambio e di confronto che arricchisce tutti: attori, spettatori, organizzatori.”

 

Intervista di Valeria Simonini.

 

Vorrei essere libero, libero come un uomo.

Come un uomo che ha bisogno
di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio
solamente nella sua democrazia.

..

Libertà è partecipazione.

(G.Gaber)