Venice Open Stage torna a vivere dando voce a Beatrice Vollaro, partecipante della prima edizione del festival.

 

Finalmente è arrivata. È arrivata l’ora di uscire allo scoperto! Le instancabili menti del VOS staff lavorano per la realizzazione di un grande progetto, come ingranaggi sincronizzati dalla stessa fervida passione per il teatro. Il loro impegno ha permesso anche quest’anno, per il quinto anno, lo sbocciare di un evento che anima le calde serate estive veneziane: riparte ufficialmente il Venice Open Stage edizione 2017. 

 

2013 “Venice Open Stage – prima edizione”: un salto nel vuoto. Quel passo decisivo che si compie ad occhi bendati e con un pizzico di coraggio si è rivelato la rampa di lancio per un evento duraturo e frizzante. Per inaugurare l’apertura della nuova edizione siamo andati sulle tracce di un’attrice fresca ed energica, un’amica del festival: Beatrice Vollaro. L’abbiamo scovata e rubata ai suoi impegni per porle qualche domanda.

 

 

Per la categoria: classici intramontabili.

 

La tua esperienza al Venice Open Stage? Come sei venuta a conoscenza di questo festival? Lo consiglieresti ad attori e spettatori? Ci ritorneresti?

Si può dire che il Venice Open Stage l’ho visto nascere, nel 2013. Mi trovavo a Venezia quell’estate nonostante avessi finito i miei studi in Arti visive e dello spettacolo l’anno precedente. Già conoscevo gli ideatori di questa iniziativa, Francesco e Leonia e tutta la crew che in questi anni ha lavorato occupandosi di ogni aspetto del festival. Edoardo, Martina, Laura, Beatrice e molti altri che ogni estate, in questi anni, hanno speso non poche energie per realizzare qualcosa di speciale, fatto col cuore e con entusiasmo. Un teatro in campo, per tutti! Gratis! Ma soprattutto un teatro per le nuove leve, i neodiplomati che qui in Italia faticano non poco nel trovare occasioni in cui far conoscere il proprio lavoro al pubblico. L’accoglienza che abbiamo ricevuto in questi anni, sia io che Luigi Guerrieri che con me ha fondato la compagnia we were monkeys nel 2012, è sempre stata ottima. È sempre un piacere tornare, ci sentiamo a casa.

 

A proposito di Falling apart.

Beatrice si esibisce sul palco del festival con Falling Apart.

 

Hai scritto di personaggi molto particolari e soprattutto la protagonista ha una figura piuttosto complessa. Come mai questo studio che tocca la ricerca sulle patologie psicotiche? Com’è stato entrare in una veste così impegnativa?

Cinzia, la protagonista di Falling apart, nasce da una necessità drammaturgica molto particolare: voler dare concretezza a un comune modo di dire, “sono a pezzi” o “sto cadendo a pezzi”. Il vero motore della mia ricerca, che poi ha abbracciato discipline come la psicanalisi e l’antropologia del corpo, in realtà nasce dalla volontà di portare alle estreme conseguenze un semplice sintagma linguistico di cui tutti facciamo uso. Certo, la ricerca poi è stata illuminante e imprescindibile per la scrittura e la nascita del personaggio. Il problema dell’integrità è una delle prime questioni di cui ci occupiamo, da infanti, quando ci sembra di essere una somma disorganizzata di parti, questo ce lo insegna Lacan. È solo quando iniziamo a riconoscerci allo specchio che ci appropriamo della nostra integrità. Siamo un’unità organica! Certo poi crescendo questa integrità viene continuamente ridiscussa, il suo significato, da prettamente materiale, diventa una questione di morale, etica. Ecco che la protagonista di Falling apart, sulla soglia dei trent’anni, con il suo corpo letteralmente a pezzi, ci parla di una disgregazione dell’essere.

 

Questo spettacolo si è andato modificando nel tempo, a che punto era della sua metamorfosi quando è stato presentato al Venice Open Stage?

La parabola di Cinzia è piuttosto ampia, è nata come un personaggio solitario, come scaraventato in una scena vuota, nella sua prima versione monologica di 15 minuti che abbiamo presentato al Venice. Poi si è ritrovata circondata da scatoloni, pesci rossi, vicini di casa innamorati, e un sacco di elementi di distrazione. L’anno scorso l’abbiamo rimessa al centro di tutto, forse la differenza più significativa è che non sono più in scena da sola, ma Cinzia si è triplicata: la danzatrice Noemi Dessardo e l’attrice non-professionista Lucia Spada mi affiancano in scena. Ho moltiplicato i corpi per moltiplicare i “pezzi” che Cinzia perde fuori controllo. Ma non preoccupatevi, abbiamo anche moltiplicato i rotoli di scotch con i quali si tiene insieme. Lo spettacolo è molto cambiato, si può dire che sia cresciuto insieme a me in questi anni, ne sono molto affezionata.

 

 

Da Venezia a Parigi.

 

Curiosità e passione hanno spinto Beatrice a scavalcare i confini italiani e a viaggiare verso una realtà che le permettesse di investire nel suo talento, alla ricerca di una sfida che fosse la spinta necessaria alla sua crescita come attrice.

 

In questo percorso a quali cambiamenti ha assistito? «Scritto e interpretato da Beatrice Vollaro». Che effetto fa? Il sogno della recitazione è sempre stato affiancato a quello della scrittura?

I cambiamenti sono stati moltissimi! Arti Visive mi aveva già ben allenata alla pratica teatrale, ad occuparsi di ogni aspetto del progetto, in gruppo, dal lavoro sul testo al disegno luci (passando per scenografia, costumi). Per la recitazione mi ero sempre un po’ arrangiata, pur avendo fin da piccola preso parte a corsi di teatro, sentivo che mi mancava una formazione più specifica. Così, finita l’università a Venezia, sono andata a Parigi per studiare all’École internationale de théâtre Jacques Lecoq. Lì ho affinato le tecniche di improvvisazione e di creazione collettiva, il cosiddetto devised theatre, ma soprattutto mi sono appassionata al teatro di movimento. Le partiture fisiche ora hanno grande spazio nelle creazioni dei we were monkeys, anche grazie all’apporto di Luigi Guerrieri, con il quale lavoro sin dai tempi di Venezia. Una volta finita l’esperienza parigina ho iniziato a scrivere, questa è la mia passione più recente. Mi sento ancora una drammaturga acerba ma il fatto di poter arrivare alla scrittura a partire, spesso, dall’improvvisazione scenica mi da più sicurezza.

 

 

Da Parigi a Venezia.

Tornata in Italia, si rimette all’opera carica di energia, mettendosi alla prova e mostrando di avere sempre nuove risorse.

 

Si presenta l’occasione di recitare all’aperto e assaporare veramente la realtà veneziana senza, questa volta, immergersi nel piccolo mondo che si crea grazie dell’architettura del teatro…che effetto ti fa tornare a Venezia?

Mi piace molto uscire dagli spazi teatrali tradizionali, spesso con i we were monkeys abbiamo creato spettacoli per spazi non convenzionali, soprattutto per bambini. Venezia offre uno scenario magnifico, fare teatro in campo, oltre che essere scenograficamente interessante, ha anche un significato politico per me. Un percorso di avvicinamento tra il teatro e le persone, un gesto che riporta il teatro al centro dell’attenzione della città. Tornare a Venezia per me è sempre magico, perché conservo ricordi bellissimi degli anni trascorsi lì.

 

Tornando allo Iuav, come vedi questa nuova frontiera delle arti visive? il teatro può effettivamente guadagnare da questa commistione di arti?

Credo che la mia formazione presso Arti Visive abbia ampliato enormemente i miei orizzonti. Non sono una purista del teatro: il teatro è uno strumento, il fine è un’urgenza comunicativa che per essere soddisfatta può prendere a piene mani da qualunque disciplina artistica si desideri. L’importante, a mio parere, è non dimenticare il pubblico e la volontà di comunicare agli spettatori con assoluta onestà.

 

La visione sociale di Beatrice esprime una doppia assunzione di responsabilità: confrontarsi con la realtà di tutti i giorni, mettendosi in discussione, e farlo attraverso il linguaggio teatrale. Comunicare attraverso il teatro significa permettere a tutti di sentirsi partecipi, in quanto attori, autori e spettatori e valorizzare il momento poetico come finestra per esprimersi con sincerità e lasciarsi emozionare dall’ineffabile incanto che se ne scaturisce.

 

Valeria Simonini

 

Foto di Azzurra Brogna